sabato 14 novembre 2015

I RIFIUTI



La definizione normativa in Italia è data dall'art. 183 del decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152 (cosiddetto Testo unico ambientale), modificata dal decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205 "Disposizioni di attuazione della direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008 relativa ai rifiuti e che abroga alcune direttive". (10G0235) (GU n. 288 del 10-12-2010 - Suppl. Ordinario n.269):

« Qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o abbia l'obbligo di disfarsi »
L'atto di "disfarsi" va inteso indipendentemente dal fatto che il bene possa potenzialmente essere oggetto di riutilizzo, diretto o previo intervento manipolativo. Secondo la Circolare del Ministero dell'Ambiente 28.06.1999 "disfarsi" equivale ad avviare un oggetto o sostanza ad operazioni di smaltimento o di recupero (rispettivamente allegati B e C alla parte quarta del D.Lgs. 152/2006).

L'Unione europea, con la Direttiva n.2008/98/Ce del 19 novembre 2008 (Gazzetta ufficiale europea L312 del 22 novembre 2008) li definisce "qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o l'obbligo di disfarsi". Non sono considerati rifiuti i "sottoprodotti", ossia i residui ottenuti da un ciclo produttivo che soddisfano i requisiti elencati nell'art. 184-bis del D.lgs. 152/2006:

la sostanza o l'oggetto è originato da un processo di produzione di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto;
è certo che la sostanza o l'oggetto sarà utilizzato, nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi;
la sostanza o l'oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale;
l'ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l'oggetto soddisfa, per l'utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell'ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull'ambiente o la salute umana.
È previsto che, dopo una determinata lavorazione, un rifiuto possa cessare di essere tale se vengono rispettate le condizioni elencate nell'art. 184-ter del D.lgs. 152/2006:

la sostanza o l'oggetto è comunemente utilizzato per scopi specifici;
esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto;
la sostanza o l'oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti;
l'utilizzo della sostanza o dell'oggetto, non porterà a impatti complessivi negativi sull'ambiente o sulla salute umana.



I rifiuti vengono classificati in base all'origine: in rifiuti urbani e rifiuti speciali e, in base alle loro caratteristiche di pericolosità, in rifiuti pericolosi e rifiuti non pericolosi (D.lgs 152/06 art.184 c.1).

I rifiuti si qualificano anche in base al loro stato fisico:

1 : solido pulverulento
2 : solido non pulverulento
3 : fangoso palabile
4 : liquido

Sono una classe fortemente eterogenea, vengono abbreviati internazionalmente nell'acronimo MSW dall'inglese "Municipal Solid Waste", anche se talvolta ancora sopravvive l'acronimo solo italiano RSU.

Sono rifiuti urbani (D.Lgs. 152/06, art. 184, c. 2):

rifiuti domestici anche ingombranti, provenienti da locali e luoghi adibiti ad uso di civile abitazione;
rifiuti non pericolosi provenienti da locali e luoghi adibiti ad usi diversi da quelli del primo punto, assimilati ai rifiuti urbani per qualità e quantità;
rifiuti provenienti dalla pulitura delle strade;
rifiuti di qualunque natura o provenienza, giacenti sulle strade ed aree pubbliche o sulle strade ed aree private comunque soggette ad uso pubblico o sulle spiagge marittime e lacuali e sulle rive dei corsi d'acqua;
rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali;
rifiuti provenienti da esumazioni ed estumulazioni, nonché gli altri rifiuti provenienti da attività cimiteriale.

Gli MSW, contengono vari sali inorganici e composti alogenati organici che contribuiscono in modo differente alla produzione di diossine durante un processo di combustione e nello stesso tempo sono responsabili di fenomeni di degrado delle strutture di contenimento delle discariche. Vari autori riportano un contenuto salino inorganico molto elevato negli MSW, formato essenzialmente da:

cloruro di potassio o silvite (KCl)
cloruro di sodio o halite (NaCl)
carbonato di calcio o calcite (CaCO3)
solfato di calcio idrato o gesso (CaSO4•nH2O)
fosfato di sodio (Na3PO4)
ossalato di magnesio (C2Cl2Mg2O4•10H2O)
solfato di calcio e sodio o glauberite (Na2Ca(SO4)2).
I sali lisciviabili del rifiuto solido urbano possono superare i 5 g/litro. Tali sali, pressoché tutti di tipo inorganico, contribuiscono alla formazione di vari composti aggressivi nel percolato.

Sono rifiuti speciali (D.Lgs. 152/06, art. 184, c. 3):

Rifiuti da attività agricole e agro-industriali;
Rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, costruzione, nonché i rifiuti che derivano dalle attività di scavo, fermo restando quanto disposto dall'art. 184-bis;
Rifiuti da lavorazioni industriali.;
Rifiuti da lavorazioni artigianali;
Rifiuti da attività commerciali;
Rifiuti da attività di servizio;
Rifiuti derivanti dalla attività di recupero e smaltimento di rifiuti, i fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento di fumi;
Rifiuti derivanti da attività sanitarie;

Sono rifiuti pericolosi (D.Lgs. 152/06, art. 184, c. 5):

quei rifiuti speciali e quei rifiuti urbani NON domestici indicati espressamente come tali con apposito asterisco nel CER.Detti rifiuti sono classificati come pericolosi fin dall’origine.
quelli la cui pericolosità dipende dalla concentrazione di sostanze pericolose e/o dalle caratteristiche intrinseche di pericolosità indicate nei relativi allegati alla parte IV del D.Lgs. 152/2006 e ss.mm.ii.

Le classi di pericolo dei rifiuti sono le seguenti:

Esplosivo
Comburente
Facilmente infiammabile (incluso estremamente infiammabile)
Irritante - nocivo
Tossico (incluso molto tossico)
Cancerogeno
Corrosivo
Infetto
Teratogeno
Mutageno
A contatto con l'acqua libera gas tossici o molto tossici
Sorgente di sostanze pericolose
Ecotossico
Il Catalogo europeo dei rifiuti (allegato D del Testo Unico), istituito conformemente alla normativa comunitaria e suscettibile di periodiche revisioni, assegna ad ogni tipologia di rifiuto un codice a 6 cifre (così detto codice CER) che ne consente una più facile identificazione.



I rifiuti tossici sono quei materiali di scarto che possono causare dei danni o la morte a creature viventi, o che possono porre a rischio l'ambiente circostante. Generalmente si tratta di prodotti di provenienza industriale e commerciale, ma anche di uso domestico (prodotti delle pulizie, batterie, cosmetici, prodotti di giardinaggio), in agricoltura (fertilizzanti chimici, pesticidi), militare (armi nucleari e chimiche), servizi medici (prodotti farmaceutici), fonti radioattive, industria leggera (impianti di lavaggio a secco). Possono presentarsi in forma liquida, solida o liquame e contenere agenti chimici, metalli pesanti, radioisotopi e altre tossine. Si diffondono facilmente e possono contaminare laghi, fiumi, falde acquifere.

Come per l'inquinamento, il problema dei rifiuti tossici cominciò a presentarsi significativamente durante la rivoluzione industriale.

Diverse organizzazioni e gruppi ambientalisti, hanno posto all'attenzione dei media la gestione spesso inadeguata dei rifiuti tossici, rilevando le frequenti collusioni della mafia, nel sud come nel nord Italia.

Il decreto legislativo 205/2010, art. 1, modifica l'articolo 177 del decreto legislativo 152/2006 come segue:

« L'articolo 177 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, è sostituito dal seguente: “Articolo 177 (Campo di applicazione e finalità)
1. La parte quarta del presente decreto disciplina la gestione dei rifiuti e la bonifica dei siti inquinati, anche in attuazione delle direttive comunitarie, in particolare della direttiva 2008/98/CE, prevedendo misure volte a proteggere l'ambiente e la salute umana, prevenendo o riducendo gli impatti negativi della produzione e della gestione dei rifiuti, riducendo gli impatti complessivi dell'uso delle risorse e migliorandone l'efficacia.
2. La gestione dei rifiuti costituisce attività di pubblico interesse.
3. Sono fatte salve disposizioni specifiche, particolari o complementari, conformi ai principi di cui alla parte quarta del presente decreto adottate in attuazione di direttive comunitarie che disciplinano la gestione di determinate categorie di rifiuti.
4. I rifiuti sono gestiti senza pericolo per la salute dell'uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all'ambiente e in particolare: a) senza determinare rischi per l'acqua, l'aria, il suolo, nonché per la fauna e la flora; b) senza causare inconvenienti da rumori o odori; c) senza danneggiare il paesaggio e i siti di particolare interesse, tutelati in base alla normativa vigente. »

Ridurre, riutilizzare, riciclare la materia, recuperare energia: sono queste le 4R che, applicate in quest’ordine, regolano la corretta gestione dei rifiuti, principi che da molti anni sono legge in Italia e in Europa.
Eppure nel nostro Paese, anche se negli ultimi anni sono stati fatti dei passi avanti, solo il 30% dei rifiuti viene raccolto e avviato al riciclo, infrangendo le prime tre R e allontanandoci dagli obiettivi fissati a livello comunitario. In Italia le discariche costituiscono ancora la via principale per smaltire i rifiuti, modalità che alimenta affari illeciti e impedisce lo sviluppo di un ciclo virtuoso fondato su riciclaggio e prevenzione oltre ad essere una pericolosa fonte di inquinamento per la salute dei territori, delle persone.

Secondo l'ultimo rapporto dell'International Solid Waste Association (l'associazione mondiale che riunisce gli operatori del settore trattamento e smaltimento rifiuti), attualmente nel mondo vengono prodotti circa 4 miliardi di tonnellate di rifiuti ogni anno. La metà è rappresentata da rifiuti urbani (quelli prodotti dalle famiglie), mentre l'altra metà riguarda i rifiuti cosiddetti speciali, provenienti cioè da attività industriali e produttive. Anche se non esistono stime univoche, complici la crescita della popolazione mondiale e lo sviluppo economico (oggi particolarmente accentuato nei cosiddetti paesi Bric, Brasile, Russia, India e Cina), nel giro dei prossimi 10-15 anni si potrebbe arrivare a un aumento di questa produzione anche del 50%; quindi oltre 6 miliardi di tonnellate.
La situazione appare del tutto preoccupante, soprattutto alla luce del fatto che, sempre secondo stime ISWA, circa la metà della popolazione mondiale (3,5 miliardi di persone), non ha accesso ai più elementari servizi di gestione rifiuti. Ragione per cui ogni anno montagne (letteralmente) di rifiuti vengono prodotte e abbandonate, con danni ambientali e sanitari spesso irreparabili.



Secondo la Banca Mondiale, lo smaltimento dei rifiuti urbani attualmente costa alle comunità circa 205 miliardi di dollari all'anno, una cifra che, sempre nel giro di 10-15 anni, potrebbe addirittura raddoppiare. Già da ora la gestione dei rifiuti è una delle voci di costo più pesanti nei bilanci delle amministrazioni pubbliche e continua a crescere con l'aumentare della popolazione. L'aumento maggiore si è avuto in Cina, dove la produzione di rifiuti ha superato gli Stati Uniti già dal 2004. La produzione di RSU aumenta anche in Asia orientale, nell'Europa dell'est e nel Medio Oriente. Inoltre, occorre valutare l'aspetto ambientale: secondo l'indagine i rifiuti solidi urbani rappresentano il 12% delle emissioni mondiali di metano e il 5% della produzione totale di gas serra.

L'appello ai grandi agglomerati urbani del mondo, dunque, è scontato: occorre correre ai ripari, secondo la Banca Mondiale, con seri piani di riduzione, riciclo e recupero dei rifiuti, favorendo la raccolta differenziata e facendo pagare tariffe molto più alte a chi non la adotta. In questo l'Europa ha cominciato da qualche anno a premere sugli stati membri attraverso la direttiva sui rifiuti del 2008.
I risultati cominciano a vedersi soprattutto in paesi come Germania e regione scandinava, che vantano percentuali elevate di riciclo, impianti moderni e diffusi capillarmente sul territorio e minore ricorso alle discariche, attraverso severe regole di disincentivo e controllo.
L'incremento della produzione globale dei rifiuti fa sì che, in quelle nazioni in cui lo sviluppo di impianti e tecnologie è in ritardo, i costi di smaltimento diventino più alti. E i paesi poco sviluppati diventano inevitabilmente la destinazione ultima dei rifiuti, soprattutto speciali e pericolosi, per il loro uso massiccio delle discariche, soluzione più economica ma molto impattante per l'ambiente. In Europa, nei paesi più virtuosi come Svezia, Danimarca o Norvegia le tariffe per questo tipo di trattamento possono arrivare anche a 180 o 230 euro a tonnellata. La Germania, addirittura, le ha vietate. Nazioni come il Portogallo, l'Irlanda o la Spagna, paesi oggi in forte crisi, offrono invece condizioni molto più vantaggiose. Ancora, sul tema dei rifiuti elettrici ed elettronici (i cosiddetti RAEE), gli ultimi dati indicano l'Africa come la pattumiera del mondo: secondo uno studio dell'UNEP (il programma per l'ambiente delle Nazioni Unite), solo nel 2009 dall'Italia e dall'Europa in generale sono arrivate nei paesi dell'Africa occidentale 220mila tonnellate di prodotti elettrici ed elettronici. Componenti che, se non trattate, sono altamente inquinanti e pericolose per l'ambiente. L'obiettivo dell'ONU è proprio quello di avviare la filiera del recupero dei RAEE in Africa, che potrebbe rappresentare una notevole opportunità economica.

La via dello smaltimento illegale, soprattutto per quanto riguarda i rifiuti industriali, continua a essere una delle più battute, in tutto il mondo. Una triste realtà, che coinvolge anche l'Italia: secondo Legambiente, nel nostro paese solo nel 2010 è stato sequestrato qualcosa come 2 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, gestiti illegalmente dalle cosche mafiose. Le rotte dei traffici coinvolgono quasi tutte le regioni e si proiettano su scala mondiale, in 22 stati esteri. E i flussi non sono più unidirezionali né riguardano solo rifiuti del meridione che vanno verso settentrione: i traffici seguono rotte circolari e bidirezionali, dunque anche dal sud al nord Europa.

Venendo nello specifico all'Europa, se si considerano le modalità attraverso cui i diversi paesi gestiscono il ciclo rifiuti, è possibile individuare nettamente due categorie. Da un lato i paesi non virtuosi, caratterizzati da carenza di impianti di trattamento specifici (ad esempio termovalorizzatori, impianti di compostaggio, trattamento fanghi, ecc.), basse percentuali di raccolta differenziata e, conseguentemente, alto ricorso al conferimento in discarica. Fra questi vi sono soprattutto i paesi dell'Europa orientale e meridionale (ad esempio Bulgaria, Repubblica Ceca, Grecia). Dall'altro lato vi sono invece i paesi più virtuosi, dove grazie ad una robusta dotazione impiantistica e a politiche di forte incentivazione della riduzione rifiuti e del riciclo materiali si è fortemente ridotto, o addirittura azzerato l'uso delle discariche. In questa categoria rientrano praticamente tutti i paesi centro-settentrionali del Vecchio Continente (Svizzera, Germania, Austria, Olanda, Svezia, ecc.). L'Italia in questo panorama sta nel mezzo, con ancora il 46% dei rifiuti urbani (contro un 38% medio dell'Ue a 27, fonte ISPRA), conferiti in discarica e una percentuale di raccolta differenziata molto diversa da regione a regione, ma complessivamente ancora molto bassa 35,3% (fonte ISPRA 2012).
Uno dei motivi del ritardo italiano sta nella scarsità di presenza di impianti di trattamento e smaltimento. Prendiamo il caso degli impianti di termovalorizzazione, grazie ai quali è possibile recuperare dai rifiuti importanti quantitativi di energia termica ed elettrica in parte rinnovabile. In Italia sono 49 e dovrebbero coprire il fabbisogno di 60 milioni di abitanti. In Francia ce ne sono 130 per 65 milioni, in Danimarca 31 per 7 milioni di abitanti. In Germania ce ne sono "solo" 70, ma con un potenziale di valorizzazione pari al quadruplo delle tonnellate del nostro sistema. (fonte CEWEP).



Il problema dell’accumulo di spazzatura nasce con la crescita della popolazione urbana, che acquista cibi confezionati, preferisce imballaggi e contenitori di plastica per ogni tipo di merce e cerca una gamma sempre più ampia di prodotti industriali, tra cui i beni di consumo durevoli come frigoriferi e automobili e molti articoli monouso da gettare quasi subito. Tra i rifiuti di cui le comunità devono in qualche modo disfarsi vi sono giornali e lattine, tubetti di dentifricio e bottiglie di vetro, stufe rotte e carcasse arrugginite di auto. Questi tipi di spazzatura domestica e urbana non rientrano nella consueta definizione di rifiuti pericolosi, ovvero materiale scartato che può rappresentare una considerevole minaccia per la salute umana o l’ambiente, se stoccato o smaltito in modo improprio. In molti casi, tuttavia, essi contengono qualche sostanza pericolosa per la salute o l’ambiente. Le vernici e gli svernicianti, i televisori e i monitor di computer dismessi, gli oli da motore usati, i pesticidi e gli erbicidi, i candeggianti e molti tipi di plastica risultano più problematici da smaltire rispetto ai torsoli di mela o alla carta straccia.
Nei Paesi industrializzati la discarica è ancora il sistema più diffuso per lo smaltimento dei rifiuti. Il tipo di discarica più dannosa per la salute pubblica e per il paesaggio è quella a cielo aperto, oggi gradualmente sostituita alla discarica controllata, una pratica che comporta il deposito dei rifiuti in una depressione naturale o in una fossa appositamente scavata. I rifiuti vengono poi compattati e quindi coperti ogni giorno con uno strato di suolo, con la funzione di sigillo. Tra i Paesi dell’Europa occidentale l’Italia è quello che più di tutti ricorre all’uso delle discariche, data la quota ancora molto bassa di rifiuti raccolti in modo differenziato. Il problema maggiore è in Campania.
Per le città e le regioni alle prese con volumi crescenti di rifiuti solidi, le alternative alle discariche sono limitate costose e spesso mal tollerate dalla popolazione locale. Una possibilità consiste nell’inceneritore, la pratica di bruciare i rifiuti per valorizzarli dal punto di vista energetico, producendo vapore o energia elettrica. L’inceneritore comporta la cernita, la riacquisizione e il riciclaggio dei componenti di scarto utili, quali la carta e il vetro. Gli inceneritori però inquinano l’aria, emettendo tra l’altro diossina, composto altamente tossico, quindi devono essere provvisti di attrezzature di controllo. La combustione dei rifiuti genera anche gas acidi e metalli pesanti: i primi producono inquinamento atmosferico e piogge acide; i secondi contribuiscono alla tossicità delle ceneri.
Per le comunità costiere l’oceano è stato a lungo un luogo dove scaricare i rifiuti urbani e quelli industriali. Ciò ha deturpato e inquinato i mari, come la costa del Golfo del Messico o del Chesapeake Bay, dove furono trovati delfini morti.
I rifiuti tossici sono i materiali che provocano la morte o gravi danni agli esseri umani o agli animali. I rifiuti pericolosi sono i rifiuti, compresi quelli tossici, che generano un rischio immediato o a lungo termine alla salute dell’uomo e dell’ambiente.
I rifiuti radioattivi a bassa attività sono quei materiali la cui radioattività scenderà a livelli sicuri nel giro di 100 anni o meno. I rifiuti radioattivi ad alta attività rimangono radioattivi per 10mila anni o più.
Purtroppo non è stato ancora trovato un metodo soddisfacente per lo smaltimento di qualsiasi tipo di rifiuti pericolosi.





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